Nel precedente post sul nuovo sito avevo raccontato come ChatGPT Sites mi avesse tolto di mezzo la manutenzione di WordPress e, con essa, buona parte delle scuse per non scrivere. Restava la parte che nessuno strumento può fare al posto mio, cioè avere qualcosa da dire e trovare il tempo per dirlo bene. Su quella, nelle ultime settimane, ho messo in piedi qualcosa che non avevo previsto: una piccola redazione in cui gli altri redattori sono due assistenti AI, ChatGPT e Claude, e in cui io faccio quello che, credo, dovrebbe fare un direttore, cioè decidere.

La tesi è semplice: per un blog scritto nei ritagli di tempo, il collo di bottiglia sta in tutto quello che circonda la scrittura (ricordarsi a che punto è un pezzo, ritrovare le fonti, controllare un riferimento normativo, preparare l'immagine, adattare il testo per i social). Ed è proprio lì che questi strumenti, se messi dentro regole chiare, danno il meglio.

Un'idea comincia parlando

Quasi tutti i pezzi nascono nello stesso modo: una conversazione a voce con ChatGPT, dall'app sull'iPhone, spesso mentre cammino. Leggo di una norma nuova o di uno strumento appena presentato e, invece di prendere appunti, comincio a ragionarci ad alta voce: cosa mi convince, cosa no, dove secondo me sta il problema vero.

Il pezzo su TrovaTU, il motore di ricerca dei nuovi Testi Unici tributari presentato dal Ministero dell'economia, che leggerete tra qualche settimana, è nato così, durante una passeggiata. L'idea di partenza era una reazione a caldo: bello, finalmente, ma non basta trovare le norme, servirebbe un fisco che risponde alle domande. Da lì la conversazione è diventata una tesi, la tesi una scaletta, e sulla scaletta e sulle mie indicazioni ChatGPT ha steso una prima bozza.

Il vantaggio, rispetto al vecchio foglio di appunti, è che l'interlocutore risponde, obietta, chiede di precisare. Non sempre a proposito; ma anche un'obiezione sbagliata costringe a chiarire il proprio pensiero, e spesso è lì che un'intuizione diventa un argomento.

La prima bozza, di solito, non mi piace. A quel punto passo a Claude e gli spiego cosa non va e come correggerlo: cosa togliere, dove la tesi si perde, quale passaggio suona falso. Questa divisione del lavoro non l'avevo progettata; ci sono arrivato strada facendo, e per ora regge.

Un registro, una cartella per ogni articolo

Perché tutto questo non resti disperso in decine di conversazioni, ho creato un repository privato su GitHub, che funziona da redazione. Il nome è meno tecnico di quanto sembri: è una cartella condivisa, con una cronologia di ogni modifica, a cui io e gli agenti accediamo da qualunque dispositivo.

Dentro ci sono poche cose. Un registro con l'elenco dei pezzi (la pipeline), dall'idea alla pubblicazione, con lo stato e il prossimo passo di ciascuno. Una cartella per ogni articolo, con la bozza e una scheda che raccoglie l'angolo scelto, le fonti con la data in cui sono state consultate, le decisioni prese e i dubbi ancora aperti. E un file di regole comuni, che gli agenti leggono prima di mettersi al lavoro: niente fatti, date o link inventati; segnalare ciò che non si è potuto verificare; non riscrivere i miei passaggi se non lo chiedo; e anche qualche indicazione di stile, perché certi tic della scrittura generata (le terne di aggettivi, le chiuse che riassumono tutto, le domande retoriche in fila) li riconosco ormai a distanza.

Una regola a cui tengo in particolare: nessun agente pubblica nulla. Ogni intervento arriva come proposta di modifica (una pull request, nel gergo di GitHub), che leggo e approvo io. È lo stesso principio che applicherei a un collaboratore di studio bravo ma appena arrivato, con la differenza che qui la traccia di chi ha cambiato cosa, e quando, resta per sempre.

Due assistenti, tre schermi

ChatGPT e Claude hanno ciascuno una versione che lavora direttamente sui file del repository, Codex e Claude Code. Seguono le stesse regole, e questo mi permette di passare un pezzo dall'uno all'altro senza rispiegare tutto da capo: la bozza nasce da una parte, la correzione si fa dall'altra.

La divisione tra i dispositivi è altrettanto netta. Dall'iPhone detto le idee, descrivo le illustrazioni e approvo le pull request; al Mac scrivo e rivedo. Dal computer dell'ufficio, dove non installo nulla, uso il browser solo quando devo controllare qualcosa al volo. Il repository vive su GitHub, con una copia sul Mac: posso quindi lavorare anche a computer spento, durante un tragitto o in una pausa.

Cosa fanno, in concreto

La parte più utile, per me, è la verifica. Su TrovaTU, per esempio, avevo attribuito l'obiettivo di «conoscibilità delle norme fiscali» alla delega per i testi unici; ricontrollando il testo vigente della legge delega, l'agente ha segnalato che quella formula sta in un comma diverso, dedicato al futuro codice del diritto tributario. Una correzione che, a guardarla bene, rafforzava la tesi del pezzo. Allo stesso modo, quando una fonte non era leggibile, l'ha scritto nella scheda invece di fingere di averla consultata, e io so esattamente cosa devo ancora controllare prima di pubblicare.

Poi ci sono le revisioni: proposte puntuali, ciascuna con il suo motivo, che posso accettare o scartare (e ne scarto parecchie). E c'è l'illustrazione, per cui mi trovo meglio con ChatGPT. Parto da una descrizione del risultato che voglio, a volte soltanto da un'idea da discutere; affinandola arrivo al progetto definitivo, e a quel punto chiedo allo stesso ChatGPT di scrivere il prompt. Lo rileggo, lo correggo se serve, e solo allora gli faccio generare l'immagine. Non ritocco nulla con gli strumenti classici: non ne sarei capace.

Infine le bozze per i social: un testo diverso per X, LinkedIn, Facebook e Instagram, più l'annuncio sul canale Telegram di iAvvocato, che ho aperto al posto di una newsletter. Anche queste restano bozze finché non le leggo.

Quello che resta a me

Le idee, la tesi, il giudizio su cosa pubblicare e cosa no. E la responsabilità di quello che firmo: ogni fonte la riapro prima dell'uscita.

C'è anche un effetto che non mi aspettavo. Il fatto di dover scrivere le regole per gli agenti mi ha costretto a mettere nero su bianco come voglio scrivere io: partire da un problema concreto, dire presto cosa penso, citare la norma precisa, proporre una soluzione quando ne ho una. Sono indicazioni che, in forma meno esplicita, mi davo già agli inizi, quando iAvvocato raccontava l'iPad come strumento di lavoro per l'avvocato in movimento.

Questo pezzo, per inciso, è nato allo stesso modo: da una conversazione su quello che volevo raccontare, da cui è uscita una prima stesura. Quella che avete letto è la versione dopo il mio passaggio.

Se qualcuno lavora in modo simile, o ha trovato soluzioni migliori, fatevi sentire.